Banche centrali, guerra ai Bitcoin

Uno spettro si aggira sulle banche centrali, ma non è il Cigno Nero dell’economia mondiale: è la bolla speculativa dei Bitcoin, il Brutto Anatroccolo del mercato valutario. Così l’incipit di un interessantissimo articolo del Sole 24 Ore in cui si evidenziano moltissime preoccupazioni, sia nella comunità finanziaria internazionale che tra le autorità di vigilanza. La crescita stratosferica, rapida e sostanzialmente incontrollata della «cripto-valuta» sintetica che si spende sul web, non è passata inosservata. E come sarebbe potuto accadere con una crescita esponenziale del 274.000 per cento in appena 96 mesi di scambi? 

L’articolo poi continua ponendo l’accento sulle ombre dei Bitcoin, a partire dalla sua creazione. Sostiene il quotidiano, infatti, che non è ancora chiaro chi abbia inventato i Bitcoin. Satoshi Nakamoto, il presunto ingegnere di Tokyo che nel 2008 ne rivendicò la paternità, si è scoperto ora che non esiste affatto, né in Giappone né sul web.
Ma fosse tutto qui, il mistero di Bitcoin sarebbe anche divertente. Ma nella realtà dei fatti, si tratta di una sfida ad alto rischio non solo per gli specialisti della speculazione finanziaria, ma soprattutto per chi sta sul fronte opposto: banche centrali e autorità di vigilanza. Dopo aver speso 12.300 miliardi di dollari per proteggere dollaro, euro e yen dalla crisi bancaria globale e del debito europeo, dal caso Grexit e dallo shock di Brexit, dall’incognita Trump e dalla volatilità crescente dei cambi valutari globali, la «Santa Alleanza» delle potenze monetarie sembra ora prepararsi allo scontro con la «Jihad valutaria» del nuovo populismo finanziario: scudi e bazooka sono già puntati contro l’avanzata dei Bitcoin. E almeno sulla carta, la sfida tra moneta reale e valuta digitale sembra avere un esito scontato: Bitcoin ha munizioni per circa 18 miliardi di dollari, a tanto ammonta la capitalizzazione mondiale della cripto-valuta, mentre la potenza di fuoco a disposizione delle banche centrali si è dimostrata finora illimitata.

Solo nell’ultimo anno, Bitcoin ha guadagnato oltre l’80% nel cambio sul dollaro, il 70% sull’euro e addirittura il 140% sullo yuan cinese. Se il ritmo con cambia, qualcuno rischia davvero di farsi male: il solo fatto che le quotazioni di Bitcoin salgano oggi in parallelo con quelle dell’oro, non è certamente un buon segno per Fed e Bce. Nella mentalità “distorta” dei mercati finanziari, del resto, ogni esitazione di governi e banche centrali nella battaglia contro il nuovo disordine mondiale è spazio aperto per nuova speculazione: a Wall Street, per esempio, non importa assolutamente nulla che la Cina abbia quasi commissariato le piattaforme di scambi in Bitcoin a Shanghai e Hong Kong, o che gli Emirati Arabi Uniti abbiano appena trasformato in reato penale il possesso e l’uso di qualsiasi valuta digitale perché il boom dei Bitcoin faceva da copertura alla fuga dei capitali dal Golfo. A Wall Street, l’unica cosa che interessa è aggiudicarsi una fetta del business miliardario di Bitcoin prima che qualcuno reagisca e faccia ordine: oggi l’obiettivo prioritario è ottenere il via libera della Sec alla quotazione del primo Etf in Bitcoin a livello mondiale: in pratica, sarà il primo derivato valutario sintetico che avrà come asset sottostante una valuta che nella realtà neppure esiste. Se la nuova era della finanza digitale comincia così, il resto è quasi meglio non saperlo.

Un po’ a sorpresa, la prima istituzione monetaria a capire i rischi nascosti di questa moneta, è stata la Bce: da tre anni, una task force di esperti è stata incaricata da Mario Draghi di tenere sotto controllo la penetrazione dei Bitcoin nei confini dell’Eurozona. Nell’ultimo rapporto del 2015 consegnato al direttorato di Francoforte (“Virtual currency schemes – a further analysis”), Bitcoin figura a sopresa come «la più grande minaccia potenziale per la politica monetaria e la stabilità dei prezzi, per la stabilità finanziaria e la vigilanza prudenziale». Anche per un neofita della vigilanza, più che un elenco di rischi sembra una dichiarazione di guerra.

«Per ora la diffusione di Bitcoin è marginale – è scritto nel documento della Bce – ma è fondamentale tenere sotto controllo il volume dei Bitcoin emessi, la loro connessione con l’economia reale, il volume delle transazioni e la conversione dei Bitcoin in valute reali: il monitoraggio e la disincentivazione degli accordi tra sistema bancario vigilato e gestori della valuta elettronica è fortemente raccomandato». Facile a dirsi, ma non a farsi. Non solo perché intorno a Bitcoin si sono “materializzate” in poco tempo altre 500 piattaforme monetarie digitali di pagamento, ma anche perché è difficile rivendicare controllo e vigilanza su una moneta che di fatto non esiste: «Bitcoin – spiega la Bce – funziona senza un’istanza di controllo centralizzata quale una banca centrale: da una punto di vista giuridico, quindi, non è considerata una moneta».

In Italia se ne parla poco a livello ufficiale, ma non tra le istituzioni.

«La Banca d’Italia – abbiamo appreso dalla Bce – ha emanato già dal 2015 un allarme della vigilanza sull’uso e la diffusione delle valute virtuali».

Lo stesso direttorato di supervisione (Supervisory Directorate), inoltre, ha recepito e rilanciato la raccomandazione della European Banking Authority, l’autorità di controllo sulle banche, senza usare mezzi termini:

«Si deve scoraggiare in ogni modo – questo il testo della raccomandazione alle banche italiane – l’acquisto, il possesso o la vendita di Bitcoin tra banche commerciali e tra intermediari finanziari residenti in Italia».

Continua a leggere l’articolo originale qui

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2017-02-23/banche-centrali-guerra-bitcoin-214809.shtml

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